ok, visto che FORSE a qualcuno è piaciuto (premetto: io NON ho minacciato nessuno cn una pistola.....cioè.....non era proprio una pistola, era un fucile.......) ho deciso di.....(so k state pensando a "finire qui questo strazio", ma nn posso, non ho niente di meglio da fare)
continuare !!!!!100 volte 17 anni
Elizabeth se ne stava andando, e io dovevo fare qualcosa. Dovevo. Capitolo 2: disperazioneE proprio lei mi aveva detto di farlo. Di salvarlo a qualsiasi prezzo.
Elizabeth mi lanciò per l’ultima volta uno sguardo di supplica, per poi esalare il suo ultimo respiro. Sentii le sue forze venire meno, la mano che ancora stringevo aveva allentato la stretta. I suoi occhi color smeraldo si erano chiusi in una smorfia sofferente, e non sentivo più il suo debole respiro.
<< Noo!! >> urlai, in preda al dolore. Era notte, e c’erano solo pochi medici a fare la guardia, oltre ai malati. Nessuno mi avrebbe sentito, ma decisi di non urlare ancora. Il mio dolore muto era già un grido dentro di me. Avevo sopportato quell’agonia per mesi e mesi, ma questo era senz’altro il peggiore. Ora Elizabeth sarebbe andata in un posto migliore, ma vederla morire mi aveva lo stesso scioccato. Forse non ci saremmo rivisti mai più, il posto dov’è era andata aveva misure di sorveglianza molto dure, e difficilmente mi avrebbero fatto entrare.
Mi alzai in piedi, avvicinandomi al suo petto per sentirne il cuore. Era silenzioso, proprio come il mio. Eppure, io ero ancora lì, in vita, se così si può dire.
Mi aggirai per la stanza, incerto sul da farsi. Di notte, l’ospedale non era poi così sorvegliato; nessuno si sarebbe accorto della mancanza di un ragazzino, ormai prossimo alla morte.
Guardai Edward. Elizabeth aveva ragione. Dovevo salvarlo. Il suo viso bellissimo doveva tornare a sorridere, anche a costo di rubargli l’anima. Ma avrei mai potuto rubare un’anima ad un essere umano, come avevano fatto con me?
Accadde tutto molto in fretta. Non ero ancora convinto su cosa fare, ma una forza dentro di me agì al mio posto. Staccai i macchinari, compilai due certificati di morte con il nome di Elizabeth e Edward Masen, e iniziai a correre con i due corpi in braccio. Non sapevo dove andare, né cosa fare, eppure correvo. Correvo e basta. Uscii in fretta dall’ospedale, che ormai conoscevo come le mie tasche, e mi infilai svelto in macchina.
Un essere umano non avrebbe mai sopportato tutto questo, il suo cuore non avrebbe retto. Meno male che il mio, invece, era molto molto indurito.
Il flebile respiro di Edward mi sfiorava il collo, e questo mi dava la forza per continuare questa strana e incerta impresa, dalla fine ancora più incerta.
Arrivai a casa mia, un appartamentino in Clark Street, preso in affitto da un paio d’anni solo per copertura. Un vampiro, infatti, non ha molto bisogno di un appartamento, visto che non deve né mangiare né granché dormire, ma può essere utile per nascondersi nei giorni di sole.
Distesi Edward sul letto e gli diedi i medicinali necessari per mantenerlo in vita fino alla trasformazione, poi mi occupai di sua madre.
Il suo corpo senza vita era diventato freddo e rigido, la guardai con tristezza e poi la portai in un piccolo cimitero lontano e quasi abbandonato, dove assicurarle degna sepoltura. Nessuno avrebbe saputo che sotto la piccola lapide che portava il nome di Elizabeth e Edward, con la data di nascita e di morte, ci fosse soltanto
un cadavere.
Ritornai a casa in fretta, ero in ansia per Edward e non sapevo quanto avrebbe potuto resistere senza le “sofisticate” apparecchiature dell’ospedale. Ma poiché credevo fermamente nella sua forza di volontà, sentivo che ce l’avrebbe fatta ancora per un po’. Dopo, non si sarebbe più dovuto preoccupare di niente.
Mi concentrai sul da farsi. Non avevo idea di dove cominciare. Pensai di riprodurre sul suo corpo tutte le ferite che avevo subito io, e che mi avevano portato ad essere quello che sono. Lo morsi più volte e in più punti, stando attento a non succhiargli troppo sangue. Forse poteva bastare anche un solo morso, ma non potevo rischiare. Inoltre, ero agitato, non sapendo a cosa sarei andato incontro.
Edward soffriva, il veleno dei miei canini cominciava a farsi sentire. Sarebbe stato in quelle condizioni per almeno 3 giorni, e non sapevo se avrei sopportato di vedere ancora tutta quella sofferenza sul suo volto, stavolta a causa mia.
Uscii di casa, perché non avrei retto le sue grida di dolore ancora per molto. Mi implorava di morire. Non riuscivo a credere a quello che avevo fatto. Quel ragazzo, innocente e quasi morto, adesso soffriva terribilmente a causa mia. Non avrei dovuto farlo. Non avrei dovuto. Non avrei dovuto. Non avrei dovuto.
Questo era il ritornello che mi ripetevo in testa mentre camminavo per le strade buie di Chicago. Ogni tanto davo un’occhiata all’orologio, oppure guardavo in direzione di casa mia, ma senza mai tornare indietro.
“forse dovrei stargli vicino. Io l’ho già affrontato. Non è detto che duri 3 giorni come me, se si sveglia prima e non mi trova? E se ci sono complicazioni? Se non si sveglia più? E se…“ Troppi pensieri. Troppi.
Dovevo distrarmi.
Il pensiero di Edward in quel letto, con le ferite che gli avevo inferto, mi tormentava. Decisi di andare a caccia, di solito era l’unica cosa che potesse distrarmi.
Tuttavia, non mi dovevo allontanare troppo. Ritornai nei pressi di casa mia, gettando un’occhiata alla finestra dove Edward stava soffrendo, e mi diressi al vicino boschetto, che si trovava proprio sulle sponde del lago Michigan.
Cacciai per qualche ora, ma non riuscii a distrarmi del tutto.
Arrivato a casa, i miei occhi dorati videro che Edward stava diventando più pallido, ma il dolore lo stava praticamente uccidendo. Stava uccidendo anche la sua anima? Nei miei 250 anni di vita, di esistenza, ero arrivato a farmi delle idee tutte mie sulla religione, e credevo ormai che anche noi vampiri avessimo un paradiso, o un posto che si avvicinasse ad esso, e forse anche un’anima, da qualche parte. Mio padre era un ecclesiastico e aveva combattuto fino allo stremo contro queste creature magiche, e ora io ero diventato uno di loro, per giunta con idee completamente differenti dalle sue.
Mi sedetti accanto a lui, tentando di rassicurarlo. In realtà, non sapevo neanche se mi sentisse, ma era l’unica cosa che potessi fare.
Trascorsi quei 3 giorni ascoltando i deliri di Edward e parlandogli, anche se non sapevo fino a che punto fosse cosciente. Lo sentivo, durante la notte, ricordare la madre defunta, benché non sapesse della sua morte, credo pensasse di trovarsi ancora in ospedale, preda della malattia. E forse anche quella era una malattia, una malattia perenne e incurabile.
Mi ero preso dei giorni di permesso dall’ospedale, dicendo che non mi sentivo molto bene, per stare il più possibile con lui. Dopo la mia piccola fuga il primo giorno, sentivo che dovevo farmi perdonare per averlo ridotto così, oppure punirmi per quello che avevo fatto.
Probabilmente i miei colleghi immaginavano che fossi scioccato per la morte di Elizabeth e Edward, ma non potevano nemmeno sospettare il seguito di quella triste storia.
ai posteri l'ardua sentenza................io faccio del mio meglio....per favore, se c'è qualcsa che non vi piace e errori ditemelo, così magari questa "cosa" (che ormai ho deciso, è un
insieme di parole di cui la metà di senso compiuto) diventa un po' più decente...non esistate, sono aperta a tt le critiche costruttive......
ciau